Eminentissimi Signori Cardinali,
ma chi diavolo avete eletto in Conclave?
Vi rendete conto dei danni e dei guasti che avete prodotto, eleggendo colui che avete eletto?
Avete contezza della depravazione dottrinale implicata nel concetto di “papato collegiale”, che voi avete satanicamente imposto al popolo cattolico?
Avete vilmente taciuto davanti alle decine o centinaia di perversioni che questo pontificato ha sparso nella santa Chiesa di Dio, fondata su Pietro.
Ora, avete idea di quanti decenni occorreranno per ripristinare la fede cattolica nei fedeli cattolici, dopo gli ultimi disastrosi “pontificati”?
Signori Cardinali, a che gioco giocate?
E per chi giocate?
Siete forse voi il fumo di satana entrato nel tempio di Dio?
Siete forse voi le porte dell’inferno, che non prevarranno sulla Roccia del Papato?
L’Immacolata vi sta già schiacciando la testa.
Sarete umiliati e svergognati dalla Signora di Fatima che voi avete silenziato e umiliato.
Arriverà anche per voi il giudizio di Dio: CONVERTITEVI!
«“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo” – Oracolo del Signore» (Ger 23,1)
Dio salvi il Papato!
Dio salverà il Papato, e voi sarete sconfitti.
Insegnamenti di San Roberto Bellarmino sui protestanti
Traggo queste citazioni di San Roberto Bellarmino, autentico gesuita, cardinale, Dottore della Chiesa, dal suo celebre “Catechismo grande della dottrina cristiana”, Pubblicazione PDF-Book a cura di LibriSenzaCensura.
http://librisenzacensura.wordpress.com/
Alcune delle considerazioni seguenti possono essere proposte anche a taluni sedicenti fedeli della “tradizione”.
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Consideriamo la Chiesa non dal principio del mondo, ma dal tempo, in cui il Salvatore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, cominciò a riunire quelli che erano dispersi. Certo la religione cristiana cominciò nella Palestina non ieri, né l’altro ieri, ma millecinquecentosettanta anni fa da Cristo, figlio di Dio e della Vergine Maria: poi fu seminata e propagata per tutto il mondo fino all’estremo della terra. Così avevano predetto i profeti. «Da Sionne verrà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore» (Is 2, 3). «Piccola cosa è, che tu mi presti servigio a risuscitare le tribù di Giacobbe, e a convertire la feccia d’Israele. Io ti ho costituito luce delle genti, affinché tu sia la salute data da me fino agli ultimi confini del mondo (Is. 49, 6). Ora chi non sa, che tutte le eresie sono posteriori? Certo gli Ariani non furono prima di Ario, né i Macedoniani prima di Macedonio, né i Nestoriani prima di Nestorio, né i Pelagiani prima di Pelagio, né i Maomettani prima di Maometto, né i Luterani prima di Lutero. Ma chi ignora, che tutti costoro sono venuti su dopo il 300, a il 400, o il 500, a il 1500 dalla venuta di Gesù Cristo in qua? Non è egli un grande argomento della verità, il poter noi far vedere l’origine di ciascuna eresia, così da nominarne l’autore, fissarne l’anno, designare il luogo, far conoscere la causa, o meglio l’occasione delle nuove dottrine? E per venire ad un particolare in Lutero, chi non sa che la setta, o anzi le sette di quelli, che si dicono Luterani, risalgono come a loro prima autore a Lutero, già monaco agostiniano, nell’anno 1517 dal parto della Vergine, a Vittemberga, città della Sassonia, nella occasione delle indulgenze concesse dal pontefice Leone X? Prima di quell’anno non s’era udito mai neppure per sogno il nome dei Luterani: né Lutero stesso era allora Luterano: anzi si professava nella Chiesa cattolica sacerdote e dottore e manico e figlio ubbidiente del Romano Pontefice. Poi, da principio, quando si separò dalla Chiesa Romana, non trovò assolutamente nessuno della sua setta, ma, come parla S. Cipriano, «egli per prima, senza succedere ad un altro, cominciò da sé stesso e diè principio a congregare un nuovo ceto di persone». Infatti vi erano al tempo di Lutero varie e moltissime sette, come per esempio quelle dei Giudei, dei pagani, dei Greci, dei Giacobiti, degli Armeni, dei Valdesi e dei Boemi ossia Ussiti, oltre alla vera e cattolica religione, la Romana.
Ma è certo, e n’è testimonio lo stesso Lutero, che a Lui non piacque nessuna di quelle sette, che esistevano allora, e che si staccò dalla Chiesa Romana di sua volontà. Che resta dunque, se non che fondò egli una nuova eresia? E se non è così, ne mostri l’origine più antica, conti i suoi predecessori, noti i luoghi e i tempi, dove e quando sussistettero. Sicuramente, se pur egli non avrà trovato maestri e sacerdoti
capi della sua setta in qualche ripostissimo guardaraba, ed ivi li avrà tenuti sempre chiusi; non possiamo supporre, che qualcuno lo abbia preceduto in quella eresia.
Dirà forse, che egli non ne ha trovato nessuno: ma che non per questo egli abbia incominciato una nuova religione: ma che anzi ha rimesso in vigore l’antica, che fioriva al tempo di Cristo e degli Apostoli.
Sennonché è più chiaro della luce del sale, che nessuno ha mai più apertamente combattuto contro le dottrine di Cristo e degli apostoli. Od era forse estinta, sicché Lutero la dovesse richiamare per così dire dall’inferno? E se così è, dov’è quell’«Ecco che io sono con voi fino alla consumazione dei secoli?» (Mt. 28, 20). Dove quel «Sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa?; e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa?» (Mt. 16, 18).
Dove quell’«Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno?» (Luc. 22, 32). Dove Quel «Il suo regno non avrà fine?» (Lc. 1, 33). Dove quel di S. Cipriano «alla Chiesa Romana non può aver accesso la mala fede?» (Cipr. lib. 1, epist. 5). E quel di S. Girolamo «che la fede Romana non ammette imposture: e che sebbene un angelo annunziasse diversamente da quello che fu predicato, non si potrebbe cambiare, secondo l’autorità dell’apostolo Paolo?» (Hierom Apol, contro Ruffin.). E quel di S. Bernardo «giudico», che sia ben degno di nota, come ivi «principalmente»; cioè nella Chiesa Romana, «si riparano i danni della fede, mentre in essa Chiesa la fede non può venir meno?» (Bern. ep. 190 ad Inn.). E se la Religione di Cristo non era perita, come realmente non era perita; dove si trovava prima che sorgesse Lutero?
Porse presso i Giudei od i Maomettani? O presso gli Armeni e i Greci? O presso i Valdesi e gli Ussiti? Ma presso codesti mostruosi portenti non si trovava, come giudica perfino Lutero. Che resta dunque, se non che la vera fede e la Religione di Cristo continuò a durare nella Chiesa Romana, che è quella sola che ma rimane?
Quale di queste cose si può negare o privare di autorità?
Questo dunque io ritengo, uditori: qui mi attacco. O la vera religione era perita, quando uscì Lutero, o non era perita. Se era perita, è perita anche la promessa di Cristo, e ha mentito la verità, che affermò che non sarebbe perita. Se non era perita, si trovava presso qualcuno. Ma non presso i pagani, ad i Giudei, o i Greci, o gli Ussiti.
Dunque presso i Romani. Dunque Lutero, allontanandosi dalla Chiesa Romana, si allontanò dalla vera ed antica Religione, e ne fabbricò una falsa e nuova.
Mostrino ora gli eretici, se se la sentono, in qual tempo, in qual luogo, per autorità di chi ebbe principio quella religione e quella fede, che Lutero ha combattuto, e che noi chiamiamo antica, essi recente, noi vera, essi falsa, noi cattolica, essi papistica.
Qual’è l’errore principale dei papisti? Certo, se qualche errore c’è, non è altro che questo; che, cioè, il Papa Romano è il capo di tutto il mondo in nome di Cristo, e che egli è vescovo, padre e dottore non solo dei popoli, ma anche di tutti i vescovi. Infatti da questa eresia, com’essi ritengono, quale prima e principale, ci chiamano papisti, e hanno deciso che dobbiamo essere chiamati così. Vediamo quando ebbe principio questo nostro errore; Dite voi, Luterani: quando fu introdotto il papismo in luogo del Cristianesimo? Forse il regno dei Pontefici ha preso le mosse dal regno dei teologi scolastici, giusto al tempo di Innocenzo III, quando si celebrò il Concilio di Laterano, ed in esso la Chiesa Romana fu chiamata Madre e Maestra di tutte le chiese, e sorsero le famiglie dei Predicatori e dei Minori? Ma io leggo che S. Bernardo, chiarissimo per dottrina, miracoli e santità di vita e più antico di loro tutti, scrisse al Romano Pontefice Eugenio così: «Ci sono al certo anche altri portinai del cielo e pastori di greggi: ma tu hai ereditato sopra gli altri l’uno e l’altro nome, tanto più gloriosamente, quanto anche più differentemente.
Hanno essi greggi assegnati, uno per ciascuno: a te sono affidati tutti, come ad un solo pastore un solo gregge. E tu sei non solo pastore delle pecore, ma pastore unico anche di tutti i pastori. Dunque, secondo i tuoi canoni, gli altri sono stati chiamati in parte della sollecitudine, tu nella pienezza della potestà. La potestà degli altri è ristretta entro certi limiti, la tua si estende anche sopra quegli stessi, che hanno ricevuto la potestà sopra altri. Non potresti tu, se ci fosse motivo, chiudere il cielo ad un vescovo, tu deporlo dall’episcopato, ed anche darlo nelle mani di Satana?» (Bern. l. 2. De consid.). Ma forse S. Bernardo adulava Eugenio, monaco del suo ordine; e perciò non furono i teologi scolastici, ma fu S. Bernardo a ideare l’eresia dei papisti. Che diremo di S. Gregorio Magno? Questi, di molti secoli anteriore a Bernardo, scrive all’imperatore Maurizio in questa forma: «E’ chiaro per tutti quelli, che sanno il Vangelo, che per la parola del Signore la cura di tutta la chiesa è stata affidata all’apostolo Pietro principe di tutti gli apostoli» (Greg. ep. ad Maur. imperat). Che diremo del santissimo Pontefice Leone? Egli nel dì anniversario della sua assunzione al trono pontificio parla così: «Da tutto il mondo viene eletto il solo Pietro, per essere messo a capo della vocazione di tutte le genti, e di tutti gli apostoli, e di tutti i Padri della Chiesa. Sì che, quantunque nel popolo di Dio siano molti i sacerdoti e molti i pastori; tutti però sono retti da Pietro quelli, che principalmente sono retti da Cristo» (Leo serm. D. de anniv. assump. suae). Ma forse e S. Gregorio e S. Leone trattarono la causa della propria sede, e per ciò inventarono essi per la prima volta questa eresia. Che dunque risponderemo al grandissimo e santissimo concilio di Calcedonia, che chiamò il Pontefice Leone Patriarca universale, e la Chiesa Romana capo di tutte le Chiese»? (Conc. Calced. ep. ad Leo).
Che cosa al concilio di Nicea, il primo e il più antico dei concili generali, che stabilì, che tutti i Vescovi da tutta la terra possono appellare al Romano Pontefice, come a giudice supremo, e ricorrere alla sede Romana come a Madre? (Iul. ep. 2, et 3) E ciò fecero più volte, e Atanasio, e Marcello, e Paolo, e Crisostomo; e Teodoreto ed altri Padri, quando erano cacciati dalle loro sedi. Che risponderemo a San Cirillo, vescovo di Alessandria, che parlando nel «Tesoro» del Romano Pontefice, dice: «Rimaniamo come membra nel nostro capo, il trono dei Romani Pontefici; è nostro dovere il domandare a lui quello che dobbiamo credere» (Cyril. Thesauri). Che risponderemo al grande Atanasio? Chiama egli, nella lettera a Marco, il Romano Pontefice Papa della Chiesa universale, e la Chiesa Romana capo e maestra di tutte 1e chiese (Atan. ad Marcunm). Che risponderemo al grande Crisostomo, che dice: «Cristo mise Pietro a capo di tutto l’universo»: (Crysost hom. 55. in Matth.): e ancora: «Padre e capo della Chiesa un uomo pescatore e ignobile». Che cosa a Sant’Ottato vescovo Milevitano, il quale dice: «Non puoi negare, che tu ben sai, che nella città di Roma a Pietro per primo fu posta la cattedra episcopale, su cui sedè Pietro, capo di tutti gli apostoli; onde anche fu chiamata pietra, affinché in una sola cattedra da tutti si conservasse l’unità; così che gli altri apostoli non occupassero una cattedra ciascuna per sé; una volta che sarebbe stato scismatico e peccatore, chi avesse collocato un’altra cattedra contro l’unica» (Opt. Milev. l. 2 contra Parmen). Che risponderemo al Santo Martire Ireneo mentre insegna: «che alla Chiesa Romana, la più grande e la più antica, per la più potente supremazia, è necessario che si unisca ogni chiesa, cioè i fedeli che si trovano dove che sia»? (Iren. l. 1. contra Valent.).
Che risponderemo ad Anacleto, santissimo Pontefice e martire, e discepolo degli apostoli, che dice: «Questa sacrosanta Romana ed Apostolica Chiesa, non dagli Apostoli, ma dallo stesso Signore Salvatore nostro ha ottenuto e l’eminenza della potestà sopra tutte le chiese, ed ha conseguito tutto il gregge del popolo cristiano?» (Anacl. ep. 3). Che risponderemo ad altri antichissimi e santissimi Padri Greci e Latini, delle cui gravissime testimonianze abbondiamo tanto, che potremmo seppellire i nostri avversari: e ad una che essi mettano fuori, portarne noi cento ed anche più?
Sennonché, soggiungono: molti certo degli antichi dissero questo: ma adularono i Pontefici. Oh sfacciataggine eretica! Dunque Ireneo, Cirillo, Grisostomo, Ottato ed altri Padri giustissimi, sapientissimi ed ottimi, avrebbero adulato i Pontefici? E perché alla fin fine? Per conseguire ricchezze da loro? Ma in quel tempo i Pontefici erano poverissimi di ricchezze temporali: ed erano ricchi delle sole virtù. Per procacciarsi un vescovato? Ma allora il vescovato era porta alla morte. I primi che venivano trascinati alla morte e al martirio erano i vescovi. No, dunque quei santissimi Padri non adulavano i Pontefici, ai quali anzi avrebbero con somma libertà resistito in faccia, se avessero voluto usurpare per sé qualche cosa, oltre il lecito e il giusto. Ma sia, adulavano. Anche Cristo adulava S. Pietro? Che dunque risponderemo a Gesù
Cristo? Come ricorda S. Giovanni, egli chiamò Pietro col suo nome proprio, aggiunse il nome del padre, e lo distinse così da un altro Simone. Poi gli fece una interrogazione e lo separò nettamente dagli altri apostoli, con dirgli: «Simone figliuolo di Giovanni, mi ami tu più che questi?» (Gv 21). E subito: «Pasci i miei agnelli». Poi per una seconda volta: «Pasci i miei agnelli». E a una terza domanda: «Pasci le mie pecorelle». A te, disse. Simone figliuolo di Giovanni, che mi ami più degli altri, a te affido da pascolare tutto il mio gregge, cioè gli agnelli e le pecore. Per gli agnelli intendo il Popolo ebreo e per gli agnelli ancora il popolo gentile: per le pecorelle intenda i vescovi, che sono quasi madri e nutrici dei popoli. Ditemi: che cosa si sarebbe potuto dire con più chiarezza? Che cosa con più evidenza? Che cosa con maggiore determinazione? Ricusano pertanto di essere pecore e agnelli di Pietro quelli, i quali non riconoscono Cristo pastore primo e principale, desiderano invece di essere collocati a sinistra coi capretti nel giorno del giudizio. Di certo quelli, che non seguono qui sulla terra quali pecore il Vicario di Cristo, nel dì del giudizio saranno messi a sinistra insieme coi capretti.
E non si deve credere, che questo ampissimo potere sia stato conferito da Gesù Cristo al solo Pietro e non ai suoi successori. Cristo non istituiva la Chiesa, che dovesse durare solo venti o trent’anni. E se ai tempi apostolici era necessario un capo, acciocché si togliesse l’occasione di uno scisma, come parla S. Girolamo contro Gioviniano, quando i cristiani erano pochi e buoni, ed erano vescovi gli apostoli, che né potevano errare contro la fede, né peccare mortalmente; certo nei tempi posteriori, la Chiesa abbisognava di un sommo Pontefice non meno che abbisogni un corpo della testa, un esercito del generale, le pecore di un pastore, una nave di un capitano e di un pilota.
Ne viene dunque, che non il Papismo è nuovo, ma il Luteranismo. E a noi non fa nulla, che gli eretici ci chiamano ora omusiani, ora papisti. Anzi questi stessi vocaboli designano l’antichità e la nobiltà della nostra Chiesa. Infatti che significa che Gesù Cristo è omusios al Padre, se non che ha comune col Padre la natura e la divinità?
Dunque, quando siamo detti omusiani. siamo chiamati (tali) dalla sostanza e dalla divinità di Cristo. Per eguale ragione, se noi siamo detti papisti dal Papa, come i Luterani da Lutero; chi non vede, di quanto i papisti sono più antichi dei Luterani e dei Calvinisti? In vero e Clemente e Pietro e perfino Cristo furono Papi, cioè Padri e Sommi Pontefici dei Padri. Ci chiamino gli eretici papisti, ci chiamino omusiani, mai non ci potranno chiamare con ragione da un qualche uomo determinato, come noi chiamiamo essi da Lutero e da Calvino.
Così è, uditori. Noi stiamo al sicuro nella rocca della Chiesa, e ce la ridiamo di tutti gli eretici, uomini nuovi, e diciamo loro con Tertulliano: «Chi siete voi? Donde e Quando siete venuti? Onde siete sbucati or ora? Dove siete stati rimpiattati tanto tempo? Non abbiamo udito mai parlare di voi fin ora» (Tert. lib. de praescr.), e con Sant’Ottato: «Mostrate voi l’origine della vostra cattedra, voi, che volete attri uirvi la santa Chiesa» (Opt. Milev. contra Parmeniamunu); e col beatissimo Ilario: «Siete venuti troppo tardi, vi siete svegliati con troppa pigrizia. Noi abbiamo già da un pezzo imparato, ciò che abbiamo da credere di Cristo, della Chiesa, dei sacramenti. Non è un buon sospetto, che adesso per la prima volta vi fate vedere? Il buon frumento fu seminato e nacque non dopo, ma prima della zizzania».
[…]
Finalmente in questo nostro secolo, quasi quando Martin Lutero cominciò a seminare la sua zizzania, fiorì in Italia un altro Francesco, autore e padre di quei Religiosi, che in Francia sono detti Buoni uomini, e in Italia Minimi. Esso brillò per tanti e sì esimi prodigi, che non c’è nessuno degli antichi con cui si possa a ragione paragonare. Ancora oggi sopravvivono alcuni che in persona hanno veduto alcuni di quei miracoli, o ne hanno sentito parlare da quelli che li hanno visti.
Notate bene, signori, queste discordanze. Quasi nel medesimo tempo sorsero due uomini affatto contrari fra loro. Lutero nella Germania. Francesco di Paola nell’Italia.
Lutero gettò alle ortiche la cocolla che aveva: Francesco, che non l’aveva, se la mise. Lutero insegnò, che il digiuno non vale niente, e che la differenza dei cibi è superstiziosa: Francesco ha istituito un Ordine, nel quale chi vuol vivere deve digiunare frequentemente e astenersi sempre dalle carni e dai latticini. Lutero ha detestato il celibato, l’ubbidienza, la povertà volontaria come cose sciocche e invenzioni di uomini: Francesco abbracciò le medesime cose con incredibile divozione, come utilissimi consigli di Cristo. Lutero fece uscire dai monasteri al secolo quanti più ne poté: Francesco attrasse quanti più poté dal secolo ai monasteri.
Lutero volle, che Leone decimo paresse e fosse creduto l’anticristo: Francesco predisse il pontificato al medesimo Leone. quando ancora non era Pontefice, e assoggettò il suo Ordine con la devota umiltà e divozione a lui, come a vero Vicario di G. Cristo. Quali di questi due deviò dalla strada diritta? Francesco o Lutero? Senza dubbio non procedevano tutti e due per la diritta via. La loro vita, i loro costumi, le loro tendenze erano del tutto contrarie. Ma perché restare impacciati e indecisi davanti a un fatto manifesto? C’è da confondersi in pieno meriggio? Dio stesso ha sciolta questa questione, dal momento che adornò uno di grandissimi miracoli, e permise che l’altro si coprisse di vizi e scelleraggini. Guarda un po’. Predica questo S. Francesco, che bisogna stare attaccati alla sede Apostolica, digiunare frequentemente, onorare il celibato, invocare i santi, venerare le loro reliquie ed immagini, ed egli brilla per miracoli: predica Lutero tutto il contrario, e non poté mai risuscitare neanche una pulce. E staremo noi in forse, da che parte stia la verità?
Quando Dio confermava dal cielo coi miracoli la dottrina e i costumi di S. Francesco di Paola, non condannava forse tutto insieme la dottrina e i costumi di Lutero assolutamente contrari a quelli del santo? Che dire, che anche al nostro tempo nell’estremo Oriente e nel Settentrione, nelle Indie e nelle isole del Giappone, si sa, che si sono fatti ogni sorta di miracoli dai predicatori cattolici in prova di quella fede, che è combattuta da Lutero e da Calvino?
Porto un esempio solo in prova: e finisco. Il Beato Francesco Saverio del nostro ordine ha seminato il Vangelo di Cristo dall’India al Giappone per un immenso tratto di mari e di terre. Ha tirato dalle tenebre alla luce della verità molte migliaia di persone. Scrisse egli allo stesso Preposito Generale della nostra Compagnia. A lui non avrebbe certo osato di mentire: e scrisse così: «Sono quasi solo. Non posso soddisfare a tutti quanti domandano la cura del corpo e dell’anima. Ho mandato fanciulli battezzati di fresco, perché recitassero sopra i malati il simbolo degli Apostoli e le preghiere cristiane. In questo modo molti non solo sono rimasti guariti dal corpo, ma anche, mossi da questo benefizio, sono venuti alla fede e al battesimo».
Dello stesso Saverio, uomo santo, scrivono quelli che si sono trovati con lui, e che spesso lo hanno veduto e udito, che egli molto raramente recitava il Pater noster sugli infermi senza che restassero sani sull’istante. Che anzi con qualche preghiera e col mettere sopra le mani curava non solo malati ordinari, ma anche muti, sordi, ciechi, paralitici e cacciava demoni, risuscitava morti. E, meraviglia ancor più grande, il suo corpo verginale – perché sì era vergine – ancora al presente perdura intiero, incorrotto, come fosse vivo, e manda un soave profumo; benché dopo morto fosse giaciuto da principio per quindici interi mesi nella calce. Quando mai hanno fatto qualche cosa tale gli eretici? Mettano fuori essi i loro miracoli. Fanno tali cose non Lutero, non Calvino, ma quelli che sono mandati a predicare del Romano Pontefice, e che conducono il nuovo mondo dal culto degli idoli non al Luteranismo o al Calvinismo, ma all’ubbidienza della sede Romana.
Perciò, ottimi uditori, noi che abbiamo la fede, confermata da tanti miracoli, possiamo dire in verità con Riccardo di S. Vittore: «Se è errore quello che riteniamo, ci avete ingannato voi, o Signore». Abbiamo le Scritture suggellate divinamente col sigillo di Dio gran Re. Deh conserviamole con ogni diligenza. Ah non commettiamo la colpa, che, per inganno degli eretici, ci siano strappate le Scritture di Dio, con le quali sole siamo stati istituiti eredi del regno celeste: ed essi ci facciano prendere per forza le loro scritture non munite di alcun sigillo. Le scritture degli eretici sono scritture di morte e testimonianze infernali, similissime a quella lettera, che portava Uria Eteo, e che non conteneva altro, che la sua condanna alla morte.
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