L’alba di un Nuovo Papato

Suona “profetico” il titolo del libro fotografico “Benedetto XVI: l’alba di un nuovo papato” (White Star, 2006). Al termine del pontificato n. 265, quello di Papa Ratzinger, rimane lo shock dell’indigeribile “rinunzia”.

Le motivazioni addotte non sembrano reggere: tutti i precedenti Pontefici hanno attraversato la vecchiaia, la malattia, la prostrazione e la morte.

Le giustificazioni non convincono: meritano di essere considerati umili e coraggiosi anche moltissimi Papi che hanno “occupato” la Sede Apostolica fino all’ultimo respiro.

Le circostanze sono dubbie: vista la difficilissima situazione nella quale Benedetto XVI ha dovuto operare, ci si può almeno domandare quanto libera sia stata la sua decisione di abdicare.

L’esito è assurdo e sconcertante: come disse Giovanni Paolo II, non non c’è posto per un “papa emerito”. Dopo la rinunzia papale non ci può più essere alcun “Benedetto XVI” . Di Papa c’è solo quello regnante (si dice ancora così?) e se è “emerito” è Vescovo, non Papa e nemmeno Cardinale.

Le parole stesse sono malferme: Ratzinger ha parlato di un «sempre e per sempre» (qui) che con ogni evidenza non è «sempre» nè «per sempre», arrivando a descrivere un inaudito «esercizio contemplativo del ministero petrino» da svolgere «nel recinto di Pietro».

Le prospettive che si aprono sono fosche: ferma restando la legittimità della rinunzia papale, è prevedibile che il “ministero petrino” in futuro potrà essere esercitato solo assoggettandosi a logiche secolari come l’efficienza fisica e la managerialità. Ciò che prima era consuetudine, non lo sarà più.

Inoltre, ferma restando la caratterizzazione del “ministero petrino” come “ufficio ecclesiastico” sui generis, ritengo che si possa sostenere, sull’esempio di centinaia di Romani Pontefici, che il Successore di Pietro dovrebbe rimanere in carica fino alla morte come e in quanto Pietro fu Sommo Pastore fino al martirio, avendo anch’egli seguita la via del Signore. In questo senso il Pontificato era (è) un Calvario: come Cristo regnò dalla croce, così il Romano Pontefice governa anche nel letto di morte. Quando il Pontefice era anziano e si ammalava, cresceva nel popolo cristiano l’affetto per Colui che era divenuto ancor più simile a Cristo; ma da oggi un Papa anziano rischia di essere visto come uno che non è più capace di guidare la Chiesa, uno da mandare in pensione.

La stessa inaudita espressione di “papa emerito” mi appare come una potente lezione di anti-catechismo, nella quale la Diocesi di Roma è abbassata al rango di tutte le altre Diocesi, i cui Vescovi cessano dall’incarico per raggiunti limiti di età e diventano “emeriti”. Per tale via il Papa diverrà un Vescovo tra i Vescovi, un “primus inter pares”.

Reinterpretando il “ministero petrino” come un “ministero dell’unità” nella “collegialità episcopale”, il Papato viene ad essere una presenza scenografica debole, sopportabile, passeggera, nell’anarchia collegiale.

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Involuzione nei simboli esteriori: Papa Giovanni XXIII fu l’ultimo Papa ad essere incoronato con la tiara ornata dalla triplice corona; Paolo VI ricevette la tiara con una sola corona, tiara che volontariamente depose -rinunciandovi- un anno dopo l’elezione; Giovanni Paolo I non ricevette la tiara e cessò di usare il plurale maiestatico; Giovanni Paolo II non fu incoronato e abbandonò la sedia gestatoria; con Benedetto XVI la tiara scompare anche dallo stemma pontificale; Francesco si presenta alla città e al mondo senza mozzetta e stola. Nel volgere di soli 55 anni, il Papa ha di fatto perso la corona: non è più riconosciuto quale Re, non governa (più), non Gli obbediscono nemmeno la Curia Romana e gli episcopati nazionali. Anarchia collegiale.

Va da sè che i simboli esteriori del Papato possono anche cambiare, o sparire del tutto, ma deve rimanere intatta la sua essenza: l’autorità suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa.

Dio salvi il Papato!

Disse Paolo VI ai membri del Segretariato per l’unità dei Cristiani:

«E che cosa diremo Noi della difficoltà alla quale sono sempre tanto sensibili i nostri Fratelli separati: quella che proviene dalla funzione che il Cristo Ci ha assegnato nella Chiesa di Dio e che la Nostra tradizione ha sancito con autorità? Il Papa, Noi lo sappiamo bene, è senza dubbio l’ostacolo più grave sulla strada dell’ecumenismo. Che cosa diremo Noi? Dovremo Noi richiamarne, una volta ancora, i titoli che giustificano la Nostra missione? Dovremo noi ancora tentare di presentarla nei suoi termini esatti[…]? […] Noi preferiamo adesso tacere e pregare» (Paolo VI, Discorso ai membri del Segretariato per l’unità dei Cristiani, 28 aprile 1967; traduzione non ufficiale).

Così da una parte abbiamo la dottrina della Chiesa cattolica con i suoi dogmi; dall’altra ci sono gli a-cattolici, che quella dottrina e quei dogmi rifiutano. Il Papa ritiene giusto soprassedere, temporaneamente (così almeno spera), alla dottrina cattolica, pur di proseguire sulla strada dell’ecumenismo. 

Oecumenismum oportet crescere, papam autem minui.

Il Concilio infatti aveva dichiarato: «Promuovere il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del sacro Concilio ecumenico Vaticano II» (Decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, n.1, 21 novembre 1964). Ma un tal modo di concepire l’ecumenismo era stato rigettato da Papa Pio XI nell’indimenticabile enciclica Mortalium animos “Sulla difesa della Verità rivelata da Gesù Cristo”, del 6 gennaio 1928. Non si costruisce nessuna “unità” se si prescinde dalla dottrina della verità.

Giovanni Paolo II disse:

«Nella prospettiva di questa perfetta comunione che noi vogliamo ristabilire, io prego insistentemente lo Spirito Santo perché ci doni la sua luce, e illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri» (Giovanni Paolo II, Omelia nella S.Messa con la partecipazione del Patriarca Ecumenico Dimitrios I, 6 dicembre 1987).

Questo passaggio dell’omelia fu riportato nell’enciclica Ut unum sint “Sull’impegno ecumenico”, del 25 maggio 1995.

Benedetto XVI scrisse che per proseguire nel cammino verso la piena comunione occorre

«cercare insieme, lasciandoci ispirare dal modello del primo millennio, le forme nelle quali il ministero del Vescovo di Roma possa realizzare un servizio di amore riconosciuto da tutti (cfr. Ut unum sint, n. 95). Preghiamo dunque Dio che ci benedica; possa lo Spirito Santo guidarci lungo questo cammino difficile e tuttavia promettente» (Benedetto XVI, Messaggio a Sua Santità Bartolomeo, 25 novembre 2009).

Ciò implicherà rinnegare alcune delle dottrine definite dall’unica Chiesa nel corso del secondo millennio. Ciò che era riconosciuto come insegnato dallo Spirito Santo e sigillato dal supremo Magistero ecclesiastico, verrà considerato un impedimento a proseguire sulla via che si riterrà aperta dallo stesso Spirito. Sarà questo l’evento che invererà la profezia data dalla Vergine a La Salette: «La Chiesa vivrà una crisi molto profonda. Sarà il tempo delle tenebre» e soprattutto «Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’anticristo»?

Papa Francesco ha detto:

«Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma» (Prima Benedizione “Urbi et orbi” del Santo Padre Francesco, 13 marzo 2013).

Compito del Conclave era sì di dare un Vescovo a Roma, ma anche un Papa alla Chiesa: questo “Vescovo di Roma” è anche, per essenza e per costituzione divina, il Pastore Supremo della Chiesa universale. Non dico che si deve ritornare al potere temporale dei Papi, ma si dovrebbe mantenere intatto, almeno a parole, il potere spirituale che Dio ha loro affidato:

«Pastore dell’intero gregge del Signore è il Vescovo della Chiesa di Roma, nella quale il Beato Apostolo Pietro, per sovrana disposizione della Provvidenza divina, rese a Cristo col martirio la suprema testimonianza del sangue. E’ pertanto ben comprensibile che la legittima successione apostolica in questa Sede, con la quale “a causa dell’alta preminenza deve trovarsi in accordo ogni Chiesa”, sia stata sempre oggetto di speciali attenzioni» (Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Universi Dominici Gregis, 22 febbraio 1996).

Invece il nuovo Papa Francesco non ha pronunciato la parola “Papa”, nè “Pontefice”, non ha parlato di chiesa universale ma solo di Diocesi e città di Roma. Col tempo capiremo.

L’annunciata intenzione di “cercare le nuove forme” del Papato viene confermata e si fa strada: oecumenismum oportet crescere, papam autem minui.

L’autodemolizione della Chiesa, denunciata da Paolo VI, passa da qui: dal Nuovo Papato, focalizzato non più sulla dottrina ma sulla prassi di iniziative pregne di simpatismo e lato sensu “pastorali”.

I nemici di Dio applaudono gli atti ritenuti coraggiosi e umili dei Papi, le logge settarie brindano alla pensionabilità e alla normalizzazione del loro antico avversario, alla fratellanza universale e alla sinodalità: gli accusatori di ieri sono i laudatori di oggi.

+

Nell’anno della Fede, bisogna ravvivare la dottrina cattolica sul primato del Romano Pontefice e sulla natura della Chiesa cattolica in rapporto alle chiese scismatiche nate dalle eresie.

Dio salvi il Papato!

Dalle innovazioni, dalle confusioni, e dalle incertezze, libera nos Domine.

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