Pascendi

L’enciclica “Pascendi Dominici gregis”

Sugli errori del Modernismo

emanata da Papa San Pio X

qui riassunta con parole semplici a scopo divulgativo

Introduzione

Il supremo Pastore della Chiesa ha fra i primi suoi doveri quello di custodire il patrimonio della fede. Questo dovere è sempre necessario, perché sono sempre esistiti uomini di perverso parlare (At 20,30), cianciatori di vanità e seduttori (Ti 1,10), erranti e consiglieri di errori (2Tim 3,13); ed è necessario anche in questi tempi, nei quali è cresciuto a dismisura il numero dei nemici della Croce di Cristo che vorrebbero addirittura vanificare la potenza salvifica della Chiesa.

Non ci è più possibile tacere. I fautori dell’errore non si trovano più fra i nemici della Chiesa, ma al suo interno: molti laici e non pochi sacerdoti si presentano come riformatori della Chiesa, quando invece sono imbevuti delle dottrine dei suoi nemici. Sono proprio quelli i nemici più pericolosi, perché con astuzie e doppiezze intaccano le radici stesse della fede.

1. Esposizione del sistema modernista

Raccogliamo quindi in un quadro unitario e ordinato le loro dottrine, che i modernisti presentano sparse e disgiunte l’una dall’altra. In seguito ricercheremo le fonti di così gravi errori e i rimedi per impedirne i danni.

Ogni modernista racchiude come svariati personaggi: distinguiamoli bene ed esaminiamo i principii e le conseguenze della sua dottrina.

1.1. Il modernista filosofo

Cominciamo dal filosofo.

1.1.1. L’agnosticismo

Il modernista filosofo ritiene che la ragione umana sia ristretta nel campo dei fenomeni e non ha diritto né facoltà per indagare oltre: essa non può innalzarsi a Dio e non può conoscerne l’esistenza nemmeno a partire dalle cose create.

Negli studi scientifici, Dio non può essere oggetto diretto di studio. Negli studi storici, Dio non deve mai essere considerato un soggetto storico. La scienza e la storia debbono quindi restare atee.

1.1.2. L’immanenza vitale

La religione, naturale o soprannaturale che sia, deve ammettere una spiegazione. Escluso però l’intervento esterno di Dio, l’unica spiegazione possibile è che la religione non sia altro che una forma della vita dell’uomo.

Siccome ogni fenomeno vitale risponde a un bisogno, il principio della religione sta in un movimento del cuore: la fede stessa è un sentimento nato dal bisogno della divinità nella coscienza dell’uomo, e la coscienza è inconoscibile.

Dinanzi all’inconoscibile, sia esso esterno o interno all’uomo, il bisogno del divino fa nascere, senza la partecipazione dell’intelletto, un sentimento religioso che congiunge l’umano al divino: questo sentimento è appunto la fede, inizio e fondamento della religione.

1.1.3. La rivelazione

Poiché Dio è contemporaneamente l’oggetto e la causa della fede, cioè del sentimento religioso nella coscienza dell’uomo, ne deriva che è nella coscienza che si ha la rivelazione: rivelazione di Dio e da Dio.

Ogni religione è dunque naturale e soprannaturale insieme. La stessa autorità della Chiesa deve sottostare alla coscienza religiosa.

Siccome poi l’inconoscibile, dinanzi al quale scaturisce la fede, si presenta sempre in relazione a un fatto o a una persona al di fuori dell’ordinario, ecco che quel fatto o quella persona viene dapprima come “trasfigurato” nel mondo della fede, e poi dalla stessa fede “sfigurato”, cioè caratterizzato da attributi che non ha nella realtà.

1.1.4. L’origine della religione

Il sentimento religioso è il germe di tutta la religione: perfezionandosi con i progressi della vita umana, quel sentimento si esplica nella storia. Tutte le religioni sono nate così.

La religione cristiana nacque anch’essa grazie al processo (lento e graduale) di immanenza vitale nella coscienza di Cristo, uomo di natura elettissima, come mai se ne vide e mai si vedrà.

1.1.5. L’intelletto nella fede

Nel sentimento, Dio si presenta in maniera confusa. Compito dell’intelletto è analizzare quel sentimento e tradurre quel suo fenomeno vitale in rappresentazioni mentali da comunicare con espressioni verbali.

L’intelletto elabora il suo pensiero e giunge a formulare dapprima in modo semplice e volgare, quindi in modo affinato e distinto, le proposizioni contenenti le nozioni della fede. Queste proposizioni secondarie, qualora siano sancite dal magistero della Chiesa, sono i dogmi.

1.1.6. Il dogma nella fede

Chiarita così la natura del dogma, si coglie che il fine della formula del dogma è quello di permettere al credente di spiegare a sé stesso la sua fede.

Quelle formule, che sono come interposte tra il credente e la fede, sono, in rapporto alla fede, espressioni inadeguate di quanto la fede crede; e, in rapporto al credente, sono semplici strumenti. Non è lecito sostenere che i dogmi esprimano una verità assoluta.

In quanto formule, o simboli, i dogmi sono semplici immagini di verità e devono adattarsi al sentimento religioso; in quanto strumenti, sono veicoli di verità e devono adattarsi all’uomo.

1.1.7. L’evoluzione del dogma

Affinché le formule religiose non siano elucubrazioni mentali, ma autentiche verità, è necessario che quelle formule siano vive e vitali nella vita stessa del sentimento religioso: devono cioè essere e mantenersi adatte tanto alla fede quanto al credente.

Qualora venisse a mancare l’adattamento tra la formula, la fede e il credente, le formule stesse si devono cambiare.

I modernisti così criticano la Chiesa, accusandola di camminare fuori strada e di non saper distinguere tra il significato materiale e il significato religioso-morale dei dogmi.

1.2. Il modernista credente

Il modernista filosofo riconosce che l’oggetto della fede è la realtà divina e, se la incontra, la incontra nell’animo del credente come un oggetto del sentimento. Ma al modernista filosofo non interessa affatto sapere se questa realtà esista in sé stessa e al di fuori di tale sentimento.

1.2.1. L’esperienza individuale

Il modernista credente, al contrario del filosofo, ritiene per certo che la realtà divina esista in sé stessa, e tale convinzione poggia sull’esperienza individuale.

Nel sentimento religioso si ha talvolta una certa intuizione del cuore, che mette l’uomo in contatto immediato con la realtà di Dio e gli infonde una così forte persuasione dell’esistenza di Dio e della sua azione, dentro e fuori dell’uomo, che supera qualsiasi convincimento razionale.

Si tratta di una esperienza vera, grazie alla quale l’uomo che la vive è costituito credente.

1.2.2. L’esperienza e la Tradizione

Per tale via la tradizione è da ritenersi come la comunicazione della altrui esperienza originale per mezzo della predicazione e delle formule. Ripetere le formule serve a risvegliare il sentimento religioso nel credente, rinnovandone l’esperienza, e a suscitare in chi la ascolta per la prima volta il sentimento e l’esperienza.

In questo modo si propaga la religione tra i popoli e tra le generazioni.

1.2.3. La scienza e la fede

La scienza si occupa solo dei fenomeni, dei quali la fede non si interessa; la fede si occupa solo della realtà divina, che è sconosciuta alla scienza. Quindi fede e scienza non si scontrano mai, se ognuna sta nel suo campo.

Se gli si obietta che Cristo operò miracoli sensibili, il modernista controbatte che tali fatti appartengono al mondo dei fenomeni, ma non lo oltrepassano: essi sono vissuti nella fede, trasfigurati e sfigurati. La scienza li nega; la fede li afferma; il filosofo li nega considerando Cristo nella sua realtà storica; il credente li afferma, ma solo come credente.

Tuttavia, la scienza ha diritto di invadere il campo della fede, per tre motivi. Primo, ogni fatto religioso è, tolta la realtà divina e l’esperienza, un fatto fenomenico, comprese le formule. Secondo, lasciato pur Dio al lume della fede, l’idea di Dio è anch’essa un fatto fenomenico e come tale subordinata alla filosofia e coordinata alla evoluzione intellettuale. Terzo, perché l’uomo ha bisogno non di soffrire dualismi, ma di armonizzare la fede con la scienza.

I modernisti sembrano talora vaghi e incerti: ciò avviene perché essi distinguono l’esegesi teologico-pastorale da quella storico-scientifica. Ma se vengono ripresi dall’autorità ecclesiastica in nome del magistero, gridano alla manomissione della libertà.

1.3. Il modernista teologo

Scopo del modernista teologo è conciliare la fede con la scienza, fermo restando il primato della scienza sulla fede.

1.3.1. L’immanenza teologica

Il modernista filosofo ha detto: il principio della fede è immanente. Il credente ha aggiunto: quel principio è Dio. Il teologo conclude: Dio è immanente nell’uomo.

Da qui il principio dell’immanenza teologica: per cui Dio, operante nell’uomo, sarebbe più presente all’uomo dell’uomo stesso; oppure agirebbe in unione con la natura; oppure sarebbe il “tutto” dei panteisti.

Il modernista filosofo ha detto: l’oggetto della fede è rappresentato in modo simbolico. Il credente ha aggiunto: l’oggetto della fede è Dio in sé stesso. Il teologo conclude: le rappresentazioni di Dio sono simboliche.

Da qui il principio del simbolismo: le formule, che servono solo per unirsi alla verità, rivelano e insieme nascondono; dunque sono da sfruttare solo in quanto sono utili al credente od opportune nel contesto sociale.

1.3.2. La permanenza divina

Come la trasmissione dell’esperienza individuale genera la tradizione, così anche dal principio dell’immanenza si giunge a quello della permanenza divina.

Come una pianta è racchiusa nel seme, così tutte le coscienze cristiane furono come racchiuse nella coscienza di Cristo e i cristiani vivono la vita di Lui. Siccome poi la vita di Cristo è, secondo la fede, divina, così anche la vita dei cristiani e della Chiesa è divina.

1.3.3. I germi della fede

I principali germi della fede, dai quali essa nasce e si sviluppa, sono: i dogmi, il culto, i Sacramenti, la Bibbia.

Si è già visto come i dogmi nascano dal bisogno del credente di chiarificare la propria e altrui coscienza circa il pensiero religioso, lavorando sul quale si passa dalle formule primitive, che esprimono vitalmente l’intuizione della realtà divina, alle formule secondarie, che sintetizzano la costruzione dottrinale. Le formule secondarie, se suggellate dal magistero della Chiesa, sono i dogmi.

Anche il culto risponde a intimi bisogni del credente: si tratta cioè di dare alla religione un che di sensibile e di rituale, e di propagarla.

I Sacramenti sono segni e gesti simbolici, codificati grazie alla loro ampia diffusione, la cui efficacia consiste nel poter diffondere in modo potente talune idee e di colpire profondamente l’animo del credente.

La Bibbia è una raccolta di esperienze religiose: le più straordinarie e insigni che mai si ebbero in qualche religione. Dio parla nei Libri sacri grazie alla immanenza divina e permanenza vitale. L’ispirazione dei Libri consiste in un bisogno straripante del credente di manifestare la propria fede a voce e per iscritto. Tutta la Scrittura è interamente ispirata.

1.3.4. La Chiesa

La Chiesa è il frutto di due bisogni. Il credente ha bisogno di comunicare la propria fede; la collettività ha bisogno di conservare, accrescere e propagare il comune patrimonio di fede. La Chiesa dunque è opera della collettività delle coscienze individuali che, in forza della permanenza vitale, pendono dal primo credente, che è Cristo.

Ogni società umana ha bisogno di un’autorità che regga gli associati (i credenti) e conservi gli elementi di coesione (la dottrina e il culto). Così dunque nella Chiesa l’autorità è triplice: disciplinare, dogmatica e cultuale.

Come la Chiesa è emanata dalla collettività, così l’autorità è emanazione vitale della Chiesa stessa, nasce dalla coscienza religiosa e a essa deve rimanere sottomessa, se non vuole diventare tirannide.

Ai nostri giorni il sentimento di libertà è giunto al suo massimo sviluppo e la coscienza ha voluto un regime popolare nello stato; siccome però la coscienza dell’uomo è una sola e non può né deve scindersi, è necessario che il governo della Chiesa si pieghi a forme democratiche.

1.3.5. La Chiesa e lo Stato

Come la fede e la scienza sono vicendevolmente estranee in ragione del loro oggetto, così la Chiesa e lo Stato sono vicendevolmente estranee in ragione del loro fine: lo Stato tende a fini temporali, la Chiesa a fini spirituali. Dunque lo Stato deve separarsi dalla Chiesa, e il cittadino dal cattolico.

Il cattolico, come cittadino, ha diritto a perseguire il bene dello Stato anche contro i desideri e i comandi della Chiesa. Anzi, la Chiesa non deve abusare del suo potere ecclesiastico, pretendendo di imporre al cittadino una determinata linea di condotta.

Seperato così lo Stato dalla Chiesa, i modernisti pongono le premesse perché la Chiesa sia subordinata allo Stato (come i fenomeni della fede sono sottomessi alla scienza). Infatti, ove si ammetta che lo Stato ha un potere assoluto in tutto ciò che è temporale si concluderà che lo Stato il potere di dominare tutti gli atti esteriori nei quali si traduce la fede del credente e della Chiesa (come, per esempio, i Sacramenti). Anche il potere disciplinare della Chiesa, che sempre si manifesta in atti esterni, deve essere assoggettato al potere civile.

1.3.6. L’evoluzione dei germi della fede

Se non vogliamo che tutta la religione (con i suoi dogmi, il suo culto, la sua Chiesa, i suoi Libri sacri e la sua stessa fede) sia cosa morta, ma una religione vivente, bisogna che sia mutevole: tutto ciò che è vivo è mutevole e si evolve.

Inizialmente, la fede aveva una forma rudimentale comune a tutti gli uomini e nasceva dalla natura e dalla vita umana. Il progresso della fede avvenne non per aggiunta di nuove forme, ma per la crescente penetrazione nella coscienza del sentimento religioso: dapprima si depurò da ogni elemento estraneo (sentimento di nazionalità), poi si perfezionò intellettualmente e moralmente, ampliando e illustrando l’idea divina in modo sempre più squisito. Tra le cause di questo progresso non si devono dimenticare i profeti, tra i quali il sommo profeta Cristo, che ebbero nella vita o nelle parole un che di misterioso, che la fede attribuiva alla divinità.

I dogmi si evolvono per l’esigenza di superare gli ostacoli, le difficoltà e gli avversari e per il bisogno di penetrare i misteri sempre di più della fede.

Anche la Chiesa deve sottostare alla legge dell’evoluzione, e ciò per adattarsi alle condizioni storiche e alle forme del governo civile.

1.3.7. La lotta di due forze nella Chiesa

L’evoluzione è come il risultato di due forze che si combattono: una conservatrice e una progressiva. Quella conservatrice sta nella Chiesa, consiste nella Tradizione, tende a perpetuare l’autorità e non sente gli stimoli promananti dalle contingenze della vita quotidiana. Quella progressiva invece risponde ai bisogni vitali, trascina al progresso e al mutamento, lavora nelle coscienze individuali, specialmente quelle più a contatto con la vita.

Dal compromesso delle due forze nasce il progresso: le coscienze individuali (o alcune di esse) fanno pressione sulla coscienza collettiva e questa sull’autorità, che alla fine è costretta a venire a patti. I modernisti quindi si meravigliano e si indignano quando sono condannati, perché li si accusa di qualcosa che ritengono naturale e anzi lodevole.

1.4. Il modernista storico e il critico

Il modernista che scrive di storia ripete di non essere influenzato dalla filosofia, anzi di non conoscerla affatto, per risultare obbiettivi. Tuttavia lo storico è influenzato da tre pregiudizi di natura filosofica: l’agnosticismo, il teorema della trasfigurazione e quello dello sfiguramento.

La storia, al pari della scienza, si occupa solo dei fenomeni e deve quindi escludere ogni intervento esterno (di Dio). Così, parlando di cose umane e insieme divine (Cristo, la Chiesa, i dogmi…), lo storico dovrà separare le cose umane, oggetto dello studio storico, da quelle divine, di cui si interessa la fede. Dall’elemento umano che ne risulta, poi, deve togliersi ancora tutto ciò che è stato aggiunto, per trasfigurazione, dalla fede, e consegnarlo alla storia della fede. Infine, vanno eliminate tutte quelle cose che non rientra nella logica dei fatti e delle circostanze. In tal modo si arriva alla storia reale.

Il modernista critico, ricevendo gli indizi dallo storico, suddivide la storia reale dalla storia interna (storia della fede). Ci sarà dunque un doppio Cristo: uno reale, che visse in un determinato luogo e tempo e circostanze; l’altro della fede, che non visse mai nel mondo reale ma solo nelle pie meditazioni della fede. Tale è il Cristo descritto nel Vangelo di san Giovanni, che è tutta una meditazione dall’inizio alla fine e niente più.

I Libri sacri, insomma, non furono scritti dai loro autori, ma sono il frutto di primitive narrazioni continuamente rimaneggiate dalla comunità dei credenti con aggiunte, interpolazioni e interpretazioni teologiche o allegoriche. Anche i Libri sacri, come la fede, è soggetta alla evoluzione vitale. Anzi, si può scrivere la storia dell’evoluzione dei Libri sacri, ricorrendo al metodo della critica testuale.

1.5. Il modernista apologeta

Il modernista apologeta si propone di condurre l’uomo che non crede a provare in sé quell’esperienza della religione cattolica, esperienza che è la base della fede. Per ottenere ciò, l’apologeta percorre due vie: una oggettiva, l’altra soggettiva.

La via oggettiva parte dal principio dell’agnosticismo e mira a dimostrare che nella religione, e specialmente nella cattolica, sia presente una virtù vitale così sovrabbondante da costringere chiunque ad ammettere che nella storia di essa si celi un qualcosa di incognito che trascende tutta la feconda evoluzione vitale della fede, dei dogmi e della Chiesa.

La via soggettiva parte dal principio dell’immanenza e mira a convincere l’uomo che nelle profondità del suo io si trova il desiderio e il bisogno della religione, non però di una religione qualsiasi, ma proprio della religione cattolica, in quanto è postulata dal perfetto sviluppo della sua evoluzione. Un modernista più acceso, tuttavia, potrà dire che nell’animo di chi non crede si cela lo stesso germe di fede che fu nella coscienza di Cristo e che da Cristo fu trasmesso agli uomini.

1.6. Il modernista riformatore

Ogni modernista è roso dalla smania di rinnovare quanto vi è nel cattolicesimo.

Vuole riformare la filosofia, eliminando la Scolastica. Vuole introdurre la teologia razionale e positiva. Vuole che la storia si insegni con i nuovi metodi critici. Pretende che i dogmi si accordino con la scienza. Grida che nel culto si devono diminuire le devozioni. Vuole che l’autorità nella Chiesa sia democratizzata e decentrata, che la Chiesa si tenga estranea dagli ordinamenti civili, che si abolisca il Sant’Uffizio, l’Indice dei libri proibiti, il celibato sacerdotale…

1.7. Critica e condanna dell’eresia modernista

[Dal par. 1.1.1. Poste le premesse dell’agnosticismo, si ha che la teologia naturale e i motivi di credibilità e la rivelazione esterna vengono a cadere; e i modernisti non sono minimamente turbati da fatto che tali assurdissimi errori siano già stati formalmente condannati dalla Concilio Vaticano I.]

[Dal par. 1.1.3. Se applichiamo l’idea che i modernisti hanno della rivelazione alla persona di Gesù Cristo, si hanno conseguenze deliranti. Da un lato, in Gesù Cristo la scienza e la storia non trovano nulla oltre all’uomo e quindi bisogna cancellare dalla sua storia tutto quanto sa di divino; dall’altro lato, bisogna annullare sia la “trasfigurazione” (spogliandolo di tutto quanto non sia umano) che lo “sfiguramento” (rimuovendo dalla sua vicenda i discorsi e le opere che non corrispondono alla sua condizione e al suo tempo).]

[Dal par. 1.1.4. La dottrina modernista sull’origine della religione, poi, è sacrilega ed è la più adatta a distruggere ogni ordine soprannaturale.]

[Dal par. 1.1.6. L’idea della intima evoluzione dei dogmi è un infinito cumulo di sofismi che abbatte ogni religione.]

[Dal par. 1.1.7. Veramente i modernisti, che pretendono di cambiare i dogmi, sono ciechi e conduttori di ciechi che, pieni di superbia, pervertono l’eterno concetto di verità e il sentimento religioso! Disprezzate le apostoliche tradizioni, quegli uomini stoltissimi si attaccano a dottrine vuote, futili, incerte e riprovate dalla Chiesa!]

[Dal par. 1.2.1. La teoria dell’esperienza individuale conduce alla tesi assurdissima per cui ogni religione, anche quella degli idolatri, è vera.]

[Dal par. 1.2.2. Applicato alla tradizione, questo concetto porta ad affermare che una religione in tanto è vera in quanto ha una tradizione viva e vitale. Tutte le religioni sono vere, dicono, altrimenti non vivrebbero.]

[Dal par. 1.2.3. Nei rapporti tra fede e scienza, i modernisti invertono le parti: infatti Pio IX insegnava che la filosofia, in materia di religione, non deve dominare ma servire, non prescrivere le cose da credere ma abbracciarle, non scrutare l’altezza del mistero ma venerarla umilmente. Come scrisse Gregorio IX, questi sedotti tramutano in coda il capo e costringono la regina a servire all’ancella.]

[Dal par. 1.3.5. I modernisti non riflettono che se è vero che la religione è essenzialmente spirituale, non è tuttavia ristretta al solo spirito ma abbraccia tutta la vita dell’uomo in ogni suo aspetto; e che l’onore tributato all’autorità ecclesiastica ridonda su Gesù Cristo che l’ha voluta e istituita.]

[Dal par. 1.3.7. Già Pio IX riprovava i nemici della divina rivelazione che esaltano l’umano progresso e vorrebbero sacrilegamente introdurlo nella Chiesa cattolica, come se questa fosse opera umana.]

[Dal par. 1.4. Il metodo storico critico dei modernisti è agnostico, immanentista ed evoluzionista; chi professa o utilizza il loro metodo critico professerà gli errori modernisti e si pone in contraddizione con la dottrina cattolica.]

Il modernismo è dunque un sistema unitario, checché ne dicano i suoi fautori, nel quale chi ammette una cosa è necessario che ammetta tutto il rimanente. Il sistema del modernismo Noi lo definiamo come la sintesi di tutte le eresie, il succo e il sangue di tutti gli errori dottrinali mai visti nella storia. Il modernismo distrugge la religione cattolica, come distrugge ogni religione, ed è la strada per l’ateismo.

L’agnosticismo chiude all’intelletto ogni via per arrivare a Dio e i modernisti pretendono di aprirne una più adatta che passi per il sentimento e l’azione: ma il sentimento risponde a un oggetto proposto dall’intelletto o dai sensi; tolto di mezzo l’intelletto, l’uomo seguirà i propri sensi più ancora di quanto non sia portato dalla sua natura; inoltre, ogni sentimento è una perturbazione dell’animo che, come è noto, non giova alla ricerca della verità in sé (la verità soggettiva è per definizione frutto del sentimento interno e dell’azione).

Al sentimento, poi, nulla potrà aggiungere l’esperienza: infatti essa non fa altro che amplificare la persuasione del sentimento circa la verità del (presunto) oggetto e non trasforma il sentimento in qualcosa d’altro. Anche dopo l’esperienza, il sentimento rimane fallace e impressionabile se non è guidato e illuminato dall’intelletto. Non va dimenticato che nelle cose religiose, ascetiche e mistiche, il sentimento va considerato con estrema prudenza e rigore dottrinale poiché porta facilmente fuori strada. Insomma, senza l’intelletto non si può conoscere Dio, dunque chi si serve solo del sentimento e dell’esperienza va dritto o all’irreligione o all’ateismo.

La dottrina del simbolismo afferma che ogni pretesa conoscenza di Dio è meramente simbolica, ma se è un simbolo anche la personalità di Dio si perverrà al panteismo (secondo i quali il tutto è Dio e la divinità è nel tutto).

Alla stessa conclusione, del panteismo, conduce anche la dottrina dell’immanenza divina: infatti, se questa distingue bene Dio dall’uomo non si deve rigettare la dottrina della rivelazione esterna di Dio; e se non li distingue, dovrà affermare l’errore panteista.

2. Cause del modernismo

Conoscere le cause di un male così grave serve per individuare gli opportuni rimedi. La prima e immediata causa è l’aberramento dell’intelletto.

2.1. Cause morali

Le cause morali sono la curiosità e la superbia. La curiosità può spingere a cercare di sapere più di quanto non convenga sapere, e magari a cercare la verità al di fuori della Chiesa cattolica. La superbia poi acceca l’animo e trascina nell’errore, fa credere di essere migliori degli altri, spinge a rifiutare ogni soggezione e ogni correzione.

I laici e i sacerdoti che mostrino di essere superbi siano occupati nelle mansioni più umili e oscure, così che essi abbiano minori possibilità di nuocere.

2.2. Cause intellettuali

La prima causa intellettuale è l’ignoranza dei modernisti, nonostante il loro gran sfoggio di falsa cultura, specialmente nella filosofia scolastica, che essi scherniscono, ma che li avrebbe tenuti al riparo da tanti e così enormi errori.

2.3. Zelo dei modernisti

[Dal par. 1.3.7. I modernisti ritengono di incarnare i bisogni di tutti e, se vengono condannati dall’autorità, si credono vittime al pari dei profeti e di Cristo stesso. Rimpiangono solo di non essere ascoltati, dunque compiono ogni sforzo (compresa la finta umiltà e la finta obbedienza) per continuare a propagare i loro errori. La loro regola non è rovesciare l’autorità, ma spingerla nella direzione da essi voluta; non uscire dalla Chiesa, ma cambiarne poco a poco la coscienza collettiva.]

I modernisti lavorano indefessamente per eliminare gli ostacoli che ostacolano i loro sforzi. Questi ostacoli sono: la filosofia scolastica, l’autorità dei Padri e della Tradizione, il Magistero ecclesiastico. La filosofia e teologia scolastica è fatta oggetto di derisione e disprezzo. L’autorità della Tradizione e dei Padri viene stravolta con astuzie e con accuse di ignoranza enorme (dovuta ai tempi arretrati). L’autorità infine del Magistero viene svilita, pervertendone l’origine, la natura e i diritti.

Rimossi gli ostacoli, i modernisti spacciano la loro merce: insegnando dalle cattedre di pestilenza, predicando velatamente nelle chiese, parlando più apertamente nei congressi, le magnificano negli istituti sociali. Pubblicano libri, giornali e periodici a nome proprio e altrui, per simulare una moltitudine ingannevole.

3. Rimedi

Il torrente di gravissimi errori prende forza ogni giorno di più e risultarono inefficaci perfino le disposizioni di Leone XIII sullo studio delle Scritture. Occorrono dunque misure più energiche, che dovranno essere attuate dai Vescovi, dai Superiori generali degli ordini, dagli educatori del clero, dai pastori d’anime.

3.1. Lo studio della filosofia scolastica

Innanzitutto vogliamo e ordiniamo che a fondamento degli studi sacri si ponga la filosofia scolastica, ossia quella di San Tommaso d’Aquino. Chi insegna materie religiose si persuada che l’allontanarsi dall’Aquinate, specialmente nelle cose metafisiche, non avviene senza grave danno.

La teologia positiva può essere illustrata a patto che si rispetti la Tradizione, i Padri e il Magistero ecclesiastico: poiché chi innalza la teologia positiva al di sopra della filosofia scolastica è da disapprovare come fautore del modernismo.

Lo studio delle scienze naturali è vivamente incoraggiato qualora ciò possa avvenire senza danno degli studi sacri.

3.2. La scelta di direttori e maestri

Chiunque sia infetto di modernismo sia allontanato senza alcun riguardo dall’insegnamento nei Seminari e nelle Università cattoliche. Lo stesso si faccia con chiunque favorisca, lodi o difenda il modernismo, o critichi la Scolastica, i Padri o il Magistero, o rifiuti di obbedire all’autorità, o ami le novità in materia storica, archeologica o biblica.

Con vigilanza ancora maggiore si esaminino i candidati al sacerdozio.

3.3. La condanna dei libri pericolosi

In ogni Diocesi si impedisca di leggere gli scritti infetti di modernismo, se già pubblicati, e di pubblicarli, se sono inediti. Libri, giornali e periodici di questo genere non devono mai essere permessi agli alunni dei Seminari e delle Università cattoliche. Ciò deve esser fatto senza rispetto umano, disprezzando le grida dei malvagi, e perfino senza essere trattenuti dall’Imprimatur che fosse stato ottenuto in altra Diocesi. Quegli scritti poi che i cattolici non possono leggere, i librai cattolici non possono vendere.

I Vescovi dovranno concedere la facoltà di stampa soltanto con la massima severità: ordiniamo che in ogni Diocesi si stabilisca un adeguato numero di censori (uomini di età, scienza e prudenza) per la revisione dei libri da pubblicare.

3.4. Il controllo sui sacerdoti

Ai sacerdoti regolari è vietato dirigere giornali o periodici senza il permesso dell’Ordinario. I Vescovi e i Superiori generali curino che i loro sacerdoti non pubblichino articoli infetti di modernismo.

I Vescovi non permetteranno più i congressi e i pubblici convegni di sacerdoti, se non in casi rarissimi, col permesso scritto del Vescovo e a condizione che non vi si trattino cose di pertinenza della Sede apostolica o dei Vescovi, né si menzioni quanto sa di modernismo, di presbiterianesimo o di laicismo.

3.5. La vigilanza nelle Diocesi

In ogni Diocesi sarà stabilito un consiglio di uomini commendevoli al quale spetti la vigilanza sulla propagazione degli errori sia negli scritti come anche nell’insegnamento; siffatto consiglio si dovrà riunire ogni due mesi con il Vescovo per valutare i rimedi opportuni.

Vogliamo e ordiniamo che i Vescovi di ciascuna Diocesi e i Superiori generali presentino alla Sede apostolica una relazione triennale sulle dottrine che circolano fra il clero e i religiosi.

4. Conclusione

I nemici della Chiesa ci accuseranno come al solito di essere avversi al progresso e alla scienza. Venerabili Fratelli, in un così grave pericolo per la salvezza delle anime dei credenti, agite con ardore e fortezza per sradicare gli errori che da ogni parte s’infiltrano. Vi assista Gesù Cristo, autore e consumatore della nostra fede. Vi assista la Vergine Immacolata, vincitrice di tutte le eresie.

PIO PP. X

8 settembre 1907

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