Il misterioso recinto di san Pietro

Nel mio fondamentale post “L’alba di un nuovo Papato” del 19 marzo 2013 biasimavo severamente la «indigeribile rinuncia» al Papato di Benedetto XVI con parole nette e mi riferivo a: motivazioni che non reggono, giustificazioni che non convincono, esito assurdo e sconcertante, parole malferme, prospettive fosche.

Con il passare del tempo, purtroppo, ho capito che quei miei giudizi così duri non erano immotivati, specialmente in questo passaggio:

Le parole stesse sono malferme: Ratzinger ha parlato di un «sempre e per sempre» (qui) che con ogni evidenza non è «sempre» nè «per sempre», arrivando a descrivere un inaudito «esercizio contemplativo del ministero petrino» da svolgere «nel recinto di Pietro».

E arrivavo a formulare implicitamente l’ipotesi che la decisione – da taluni improvvidamente ritenuta storica e coraggiosa – di rinunciare al pontificato fosse da leggere nell’ambito di una pianificata secolare strategia di demolizione del Papato (cioè di autodemolizione della Chiesa che sul Papato si fonda).

Se è così, la “rinuncia” di Benedetto è la chiave di lettura del suo pontificato. Una sciagura. Non a caso, il giovane teologo Ratzinger era sospettato di eresia dal S. Uffizio.

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Rimeditando sulla assurda situazione creata da Ratzinger con le sue “dimissioni a metà” e del “pontificato collegiale” è bene considerare un passaggio dell’ultima Udienza Generale in Piazza san Pietro:

«…nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro».

Che cosa volesse dire, rimane tuttora da chiarire. Si sapeva che dai modernisti non si può pretendere una logica ferrea, ma oggi non si può nemmeno sperare in un periodare di senso compiuto.

Siccome però colui che si trova nella posizione di Sommo Sacerdote può essere – come lo fu Caifa – autore di vere profezie, benché involontarie, il riferimento di Ratzinger al misterioso «recinto di san Pietro» trova forse una spiegazione nell’unica occorrenza neotestamentaria della parola “recinto”, in Gv 10 1-15. Leggiamo:

«In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore».

Il contesto richiamato da Benedetto coinvolge sorprendentemente anche il suo primo saluto da Papa (ricordiamolo: «Che io non fugga per paura davanti ai lupi»): così questa pagina di Vangelo apre e chiude il pontificato di Benedetto, il pontificato dell’autodemolizione del Papato e della Chiesa. Lo apre, con il riferimento a chi fugge davanti ai lupi; lo chiude, con il riferimento al recinto (anche se il “recinto di san Pietro” è il parto fantasioso e fantastico di una mente modernista).

Non va dimenticato che questa pagina di Vangelo è la Parabola del Buon Pastore, ed è proprio il Buon Pastore ciò che si pretende sia raffigurato sulla presunta “croce pettorale” del presunto successore di Benedetto XVI.

Sicché interpretando le parole di Ratzinger con la Parabola del Buon Pastore non arriviamo a contrapporre Benedetto a Francesco, ma a collegarli: Benedetto è colui che è fuggito davanti ai lupi; Francesco ha aperto il recinto delle pecore al mercenario, ai ladri e ai briganti. E le pecore sono disperse.

Pastore percosso, pecore disperse.

Sono sempre più convinto che stiamo assistendo all’orrendo inverarsi nel Corpo Mistico di ciò che un tempo si abbattè sul Corpo Regale del Signore: «Percuoterò il Pastore e le pecore saranno disperse».

Nell’epoca del post-Concilio la Chiesa ha di fatto assunto orientamenti nuovi: bisogna chiedere al Signore di saper riconoscere la Sua voce e di non seguire gli estranei, anzi, di fuggire da loro, per non essere uccisi.

Signore, Buon Pastore, liberaci dai mercenari! Se Tu sei la nostra porta, noi saremo salvi.

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