Padre Nostro

Commento di Sant’Agostino al “Padre Nostro”

Il gran Dottore della Chiesa Sant’Agostino, vescovo di Ippona, ci lascia un prezioso commeneto al “Padre Nostro” nella sua opera esegetica sul Discorso del Signore sulla montagna.

Padre Nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo Nome;
venga il tuo Regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.

“Quando pregate…”

Preghiera non all’aperto…

E quando pregate, soggiunge, non siate come gli ipocriti che amano stare in piedi a pregare nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini (Mt 6,5).

Ed anche in questo caso non è proibito essere visti, ma compiere queste azioni per farti vedere dagli uomini. E inutilmente ripetiamo tante volte i medesimi concetti, perché una sola norma si deve osservare, dalla quale si è appreso che non si deve temere o evitare se gli uomini conoscono questi fatti ma se si compiono con l’intenzione di presumere da essi il risultato di essere graditi agli uomini.

E il Signore stesso usa le medesime parole nel soggiungere come prima: In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa, lasciando intendere di proibire che si desideri quella ricompensa, di cui godono gli stolti quando sono lodati dagli uomini.

…ma nel segreto.

Voi invece quando pregate, soggiunge, entrate nella vostra camera da letto (Mt 6,6). Evidentemente la camera è il cuore stesso che viene anche indicato in un salmo, in cui si dice: Di quel che dite nel vostro cuore pentitevi anche sul vostro letto (Sal 24,5). E chiudendo la porta, continua Gesù, pregate il Padre vostro nel segreto.

È troppo poco entrare nelle camere da letto, se la porta è aperta agli sfacciati, perché attraverso la porta le cose esterne irrompono dentro a frotte e disturbano la nostra interiorità. Ho detto che sono fuori tutte le cose poste nel tempo e nello spazio, le quali attraverso la porta, cioè attraverso il senso esteriore, s’introducono nei nostri pensieri e con la confusione delle varie immaginazioni ci disturbano mentre preghiamo.

Si deve quindi chiudere la porta, cioè opporsi al senso esteriore, affinché la preghiera proveniente dallo spirito si levi al Padre perché essa avviene nel profondo del cuore, quando si prega il Padre nel segreto. E il Padre vostro che vede nel segreto vi ricompenserà (Mt 6,6).

E l’argomento doveva aver termine con una simile conclusione. Difatti con esso non ci esorta a pregare ma a come dobbiamo pregare; e precedentemente non affinché facciamo l’elemosina, ma con quale intenzione dobbiamo farla (cf. Mt 6, 2-4). Difatti ingiunge di purificare il cuore e lo purifica soltanto il solo e schietto anelito alla vita eterna in un unico e puro amore della sapienza.

“Non dite molte parole…”

Preghiera non a parole.

Quando pregate poi, continua, non dite molte parole come i pagani, i quali suppongono di essere esauditi per le loro molte parole (Mt 6,7).

Come degli ipocriti è esibirsi alla vista, poiché il loro intento è piacere agli uomini, così è degli etnici, cioè in latino pagani, ritenere di essere esauditi per le molte parole. E in verità il molto parlare proviene dai pagani che s’impegnano più ad educare il linguaggio che a purificare la coscienza. E si sforzano di adibire questa forma di futile attitudine a convincere Dio con la preghiera, perché suppongono che egli, come l’uomo giudice, sia mosso dalle parole a prendere una decisione.

Non siate dunque come loro, dice l’unico vero Maestro, perché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate (Mt 6,8). Se infatti si pronunziano molte parole per informare e istruire uno che non sa, che bisogno se ne ha per colui che conosce tutte le cose, perché a lui parlano tutte le cose nell’atto stesso che esistono e si segnalano come avvenute?
Ed anche gli eventi futuri non sono nascosti alla capacità creativa e sapienza di lui, perché in essa sono presenti e non transeunti tutti gli eventi che sono passati e che passeranno.

Opere buone implicate dalle parole.

Ma poiché anche il Signore sta per dire delle parole, sebbene poche, con cui ci insegna a pregare, si può chiedere il motivo per cui vi sia bisogno di queste sia pure poche parole per lui che conosce tutti gli eventi prima che avvengano e sa, come è stato detto, di che cosa abbiamo bisogno prima che glielo chiediamo.

A questo quesito prima di tutto si risponde che per ottenere quel che vogliamo, noi dobbiamo rivolgerci a Dio non con le parole, ma con le opere che compiamo mediante la coscienza e l’atto del pensiero assieme all’amore puro e a un sincero affetto. Nostro Signore poi ci ha insegnato le opere con le parole affinché con queste, trasmesse alla memoria, ci ricordiamo di quelle al momento della preghiera.

Ma allora perché pregare?

Essere presenti al Padre.

Ma tanto se dobbiamo pregare con le opere come con le parole, si pone ancora la domanda che bisogno si abbia della preghiera stessa se Dio già conosce quello di cui abbiamo bisogno.

La ragione è che l’applicazione stessa alla preghiera rasserena e purifica il nostro cuore e lo rende più capace a ricevere i doni divini che ci vengono elargiti spiritualmente. Infatti non ci esaudisce per il desiderio delle nostre preghiere, perché egli è sempre disposto a darci la sua luce non visibile, ma intellegibile e spirituale, ma non sempre noi siamo disposti a riceverla perché tendiamo ad altro e ci ottenebriamo nella bramosia delle cose poste nel tempo.

Avviene dunque nella preghiera il volgersi del cuore a lui che è sempre disposto a dare se noi riceviamo quel che ha dato.

E nell’atto del volgersi avviene la purificazione dell’occhio interiore, poiché si respingono i vantaggi che si desiderano per il tempo, affinché lo sguardo d’un cuore limpido possa accogliere la limpida luce che splende col potere divino senza tramonto e variante, e non soltanto accogliere ma rimanere in essa non solo senza inquietudine, ma anche con l’ineffabile gioia, in cui realmente e schiettamente si effettua la felicità.

“Padre nostro” (1)

La preghiera al Padre.

Ma ormai si devono considerare quali cose ci ha comandato di chiedere nella preghiera colui dal quale apprendiamo che cosa chiedere e otteniamo quel che chiediamo.

Voi dunque, egli dice, pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male (Mt 6,9-13).

Poiché in ogni invocazione si deve propiziare la benevolenza di colui che invochiamo e poi dire quel che invochiamo, si suole propiziare la benevolenza con la lode a colui al quale è diretta la preghiera e si suole porre questa lode all’inizio della preghiera. E in tale inizio nostro Signore ci ha ingiunto di dire soltanto: Padre nostro che sei nei cieli.

Molte sono le espressioni a lode di Dio e ognuno le può rimeditare quando legge, perché sono sparse in vario modo e per ogni dove nei libri della Sacra Scrittura, tuttavia mai si trova che è stato ordinato al popolo d’Israele di dire: Padre nostro o di pregare Dio Padre, ma è stato indicato come loro padrone, ossia a individui posti in schiavitù che, cioè, vivevano ancora secondo la carne. Dico questo per il tempo in cui ricevevano gli ordinamenti della Legge, perché s’imponeva loro di osservarli. I profeti infatti fanno capire che Dio Signore potrebbe essere anche il loro Padre, se non trasgredissero i suoi comandamenti, come è l’espressione: Ho messo al mondo dei figli e li ho allevati, ma essi mi si sono ribellati (Is 1,2); e l’altra: Io ho detto: siete dèi e figli dell’Altissimo; eppure morirete come ogni uomo e cadrete come uno dei potenti (Sal 81,6-7); e questa ancora: Se sono padrone, dove è il timore per me? E se sono padre, dov’è il rispetto dovuto? (Ml 1,6).

Vi sono molte altre espressioni, in cui i Giudei sono rimproverati perché peccando non han voluto essere figli, eccettuate quelle espressioni che si hanno nei profeti sul futuro popolo cristiano, che avrebbe avuto Dio come Padre secondo la celebre frase del Vangelo: Ha dato loro di diventare figli di Dio (Gv 1,12). E l’apostolo Paolo dice: Finché l’erede è minorenne, non è in nulla diverso da uno schiavo (Gal 4,1); e ricorda che noi abbiamo ricevuto uno spirito di figli adottivi, in cui gridiamo: Abba, Padre (Rm 8,15).

“Padre nostro” (2)

Padre per la nostra adozione.

E poiché l’esser chiamati all’eterna eredità per essere coeredi di Cristo e giungere all’adozione a figli (cf. Rm 8,17.23), non è proprio dei nostri meriti ma della grazia di Dio, ricorriamo alla grazia all’inizio della preghiera col dire: Padre nostro.

Con questo nome si promuove anche la carità perché il padre è l’essere più amato dai figli. Si suscitano anche un appassionato sentimento di supplica, quando gli uomini dicono a Dio: Padre nostro; e una determinata previsione di ottenere quel che stiamo per chiedere perché, prima di chiedere qualcosa, abbiamo ricevuto un dono tanto grande che ci è permesso di dire a Dio: Padre nostro. Che cosa ormai non può dare ai figli che chiedono, se ha già concesso di essere figli?

Infine quale grande attrattiva avvince la coscienza, affinché chi dice: Padre nostro non sia indegno di un Padre così buono? Se infatti a un uomo della plebe fosse accordato da un senatore di antica nomina di chiamarlo padre, certamente egli si confonderebbe e non oserebbe farlo con disinvoltura nel considerare la bassezza della propria origine, la mancanza di beni e la volgarità della condizione plebea.

A più forte ragione dunque si deve trepidare di chiamare Dio padre se è tanto grande la bruttezza e la riprovevole condotta nei costumi al punto che Dio le respinge da un rapporto con lui molto più giustamente che un senatore la povertà di un qualsiasi mendicante. Difatti questi disprezza nel mendicante uno stato al quale anche egli per la caducità delle umane condizioni potrebbe giungere, mentre Dio giammai cade in costumi depravati.

E grazie alla sua bontà, perché per essere nostro padre esige da noi qualcosa che con nessuna opera si può procurare ma soltanto con la buona volontà. A questo punto sono ammoniti anche i ricchi e i nobili secondo il mondo, quando sono divenuti cristiani, a non insuperbire contro i poveri e gli umili, perché assieme a loro dicono a Dio: Padre nostro e non possono dirlo con verità e pietà se non si riconoscono fratelli.

“Che sei nei cieli” (1)

Cieli sono i santi e i virtuosi.

Il nuovo popolo, chiamato alla eredità eterna, usi dunque la voce del Nuovo Testamento e dica: Padre nostro che sei nei cieli (Mt 6,9), cioè nei santi e nei virtuosi, poiché Dio non è limitato dallo spazio cosmico.

I cieli sono infatti i corpi nel cosmo che si distinguono per bellezza, ma sono sempre corpi che quindi possono essere soltanto nello spazio. Ma se si ritiene che la sede di Dio sia nei cieli in quanto sono le parti più alte del mondo, di più grande merito sono gli uccelli, perché la loro vita è più vicina a Dio. Però non si ha nella Scrittura: Il Signore è vicino ai giganti e ai montanari, ma si ha: Il Signore è vicino ai contriti di cuore (Sal 33,19), ma questo concetto è più attinente a una condizione di terrenità.

Ma come il peccatore è stato considerato terra, quando gli fu detto: Sei terra e alla terra tornerai (Gn 3,19), così al contrario il virtuoso può essere considerato cielo. Difatti si dice ai virtuosi: Il tempio di Dio è santo e siete voi (1 Cor 3,17).

Perciò se Dio abita nel suo tempio e i santi ne sono il tempio, Che sei nei cieli si traduce con criterio: Che sei nei santi. Ed è molto appropriata l’analogia che spiritualmente appaia esservi tanta differenza fra i virtuosi e i peccatori, quanta fisicamente fra il cielo e la terra.

“Che sei nei cieli” (2)

Varie analogie dei cieli.

Nell’intento di simboleggiare questo valore, quando preghiamo in piedi, ci volgiamo all’oriente, da cui si stende il cielo. Questo non perché Dio vi abiti, come se avesse abbandonato le altre parti del mondo egli che è dovunque presente non nello spazio fisico sebbene con la potenza della maestà, ma affinché l’anima sia avvertita a volgersi all’essere più perfetto, cioè a Dio, perché il corpo, che è terrestre, si volge a un corpo più perfetto cioè a un corpo celeste.

Conviene anche all’avanzamento del sentimento religioso e influisce assai che con l’intelligenza di tutti, piccoli e grandi, si pensi bene di Dio. E poiché è necessario che prepongano il cielo alla terra coloro i quali sono ancora intenti alle bellezze visibili e non possono rappresentarsi un essere incorporeo, il loro modo di pensare è più tollerabile se credono che Dio, di cui ancora pensano come di un corpo, sia piuttosto in cielo che sulla terra. Questo affinché quando verranno a sapere alfine che il valore dell’anima è superiore anche a un corpo celeste, lo cerchino piuttosto nell’anima che in un corpo anche celeste e quando verranno a sapere quanta differenza vi sia fra l’anima dei peccatori e quella dei virtuosi, come non osavano, quando ancora intendevano secondo la carne (cf. Rm 8,5), di collocare Dio in terra ma in cielo, così poi con fede più retta o anche col pensiero lo ricerchino piuttosto nell’anima dei virtuosi che in quella dei peccatori.

Rettamente quindi s’interpreta che Padre nostro che sei nei cieli (1 Cor 3,17) significa nel cuore dei virtuosi come nel suo tempio santo. Nello stesso tempo chi prega vuole che anche in sé abbia dimora colui che invoca e, quando desidera questo bene, pratichi la virtù perché con questa prerogativa Dio è invitato a prender dimora nella coscienza.

“Sia santificato il tuo nome”

Che significhi la santificazione del nome…

Ed ora esaminiamo quel che si deve chiedere. E’ stato esposto chi è che viene invocato e dove ha la dimora. La prima di tutte le cose che si invocano è questa: Sia santificato il tuo nome (Mt 6,9).

E non si chiede come se il nome di Dio non sia santo, ma affinché sia ritenuto santo dagli uomini, ossia affinché Dio si riveli a loro in modo tale che non ritengano nulla più santo e che nulla temano di offendere di più.

Infatti la frase: Dio è conosciuto in Giudea, in Israele è grande il suo nome (Sal 75,2) non si deve interpretare nel senso che in un luogo Dio sia più piccolo e in un altro più grande, ma che il suo nome è grande in quel luogo, in cui è nominato con riferimento alla grandezza della sua maestà. Così è considerato santo il suo nome là dove è nominato con rispetto e nel timore dell’offesa.

Ed è questo che ora avviene mentre il Vangelo, diffondendosi ancora fra i vari popoli, celebra per la mediazione del suo Figlio il nome dell’unico Dio.

“Venga il tuo regno”

…l’avvento del regno…

E continua: Venga il tuo regno (Mt 6,10) nel senso, come il Signore stesso insegna nel Vangelo, che il giorno del giudizio verrà, quando il Vangelo sarà predicato in tutto il mondo e questo evento appartiene alla santificazione del nome di Dio.

Infatti le parole Venga il tuo regno non si devono intendere come se al momento Dio non regni. Ma forse qualcuno potrebbe intendere che la parola Venga implica sulla terra, come se egli anche ora non regni sulla terra, che anzi sempre vi ha regnato dalla creazione del mondo.

Il termine Venga si deve dunque interpretare: si manifesti agli uomini. Come infatti anche la luce visibile è invisibile ai ciechi e a quelli che chiudono gli occhi, così il regno di Dio, sebbene mai abbandoni la terra, è tuttavia invisibile a coloro che non lo conoscono. A nessuno infatti sarà lecito ignorare il regno di Dio, perché il suo Unigenito, non solo nel settore del pensiero ma anche dell’esperienza, è venuto dal cielo nell’uomo del Signore per giudicare i vivi e i morti.

E dopo questo giudizio, cioè quando sarà avvenuta la distinzione e separazione dei buoni dai cattivi, Dio sarà presente nei buoni in modo tale che non vi sarà più bisogno dell’ammaestramento umano, ma tutti, come si ha nella Scrittura: potranno essere ammaestrati da Dio (Gv 6,45; Is 54,13; Ger 31,33-34; 1 Ts 4,9).

Poi la felicità sarà totalmente realizzata come fine nei santi per sempre, come ora gli angeli del cielo, sommamente santi e felici, soltanto con la illuminazione di Dio hanno la pienezza del sapere e della felicità, perché il Signore anche questo ha promesso ai suoi: Nella risurrezione saranno, egli dice, come gli angeli del cielo (Mt 22,30).

“Sia fatta la tua volontà” (1)

…l’adempimento della volontà.

Quindi dopo l’invocazione Venga il tuo regno segue: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra (Mt 6,10); ossia come la tua volontà è negli angeli che sono in cielo, in modo che ti sono totalmente uniti e in te sono felici, perché nessuno errore oscura la pienezza del loro pensiero, nessuna infelicità impedisce la loro felicità, così avvenga nei tuoi santi che sono sulla terra e dalla terra, per quanto attiene al corpo, sono stati plasmati e sempre dalla terra devono essere elevati alla immutabile felicità del cielo. Riguarda questo concetto anche l’annuncio degli angeli: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc 2,14). Questo affinché, quando si porrà in cammino la nostra buona volontà che segue lui che ci chiama, si compia in noi la volontà di Dio, come negli angeli del cielo, in modo che nessuna opposizione impedisca la nostra felicità, e in questo si ha la pace. Egualmente Sia fatta la tua volontà s’interpreta rettamente: si obbedisca ai tuoi comandamenti come in cielo così in terra, ossia come dagli angeli così dagli uomini. Il Signore stesso afferma che si compie la volontà di Dio, quando si obbedisce ai suoi comandamenti. Dice infatti: Mio cibo è fare la volontà di lui che mi ha mandato (Gv 4,34); e frequentemente: Non son venuto a compiere la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 5,30; 6,38; Mt 26,39); così quando dice: Ecco mia madre e i miei fratelli. E chiunque fa la volontà di Dio è per me fratello madre e sorella (Mt 12,49-50). In coloro dunque che compiono la volontà di Dio si compie appunto la sua volontà, non perché essi fanno che Dio voglia, ma perché fanno quel che egli vuole, ossia fanno secondo la sua volontà.

“Sia fatta la tua volontà” (2)

Cielo e terra sono buoni e cattivi.

V’è anche un altro significato nell’espressione: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra
(Mt 6,10), cioè come nei santi e virtuosi così anche nei peccatori. E questo significato si può intendere ancora in due modi. Dobbiamo cioè pregare per i nostri nemici, perché si devono ritenere tali coloro contro la cui volontà aumenta la religione cristiana e cattolica, sicché la frase: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra potrebbe significare: Compiano la tua volontà come i virtuosi così anche i peccatori, affinché a te si convertano.

Inoltre: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, affinché a ciascuno si dia il suo, e questo avviene nell’ultimo giudizio, sicché ai virtuosi si dà il premio, la condanna ai peccatori, quando gli agnelli saranno separati dai capri (cf. Mt 25,32-33).

“Sia fatta la tua volontà” (3)

Cielo e terra sono spirito e carne.

Non è assurdo anzi molto rispondente alla nostra fede e speranza è l’interpretazione che come cielo e terra siano intesi lo spirito e la carne. E poiché l’Apostolo dice: Con il pensiero sono soggetto alla legge di Dio, con la carne alla legge del peccato (Rm 7,25), notiamo che la volontà di Dio si compie nel pensiero, cioè nello spirito.

Quando la morte sarà assorbita nella vittoria e questo corpo mortale si sarà vestito d’immortalità, e questo avverrà con la risurrezione della carne e con la trasfigurazione, che viene promessa ai virtuosi secondo l’insegnamento dell’Apostolo (cf 1 Cor 15,53-54), sarà fatta la volontà di Dio così in terra come in cielo; ossia come lo spirito non resiste a Dio, quando esegue e compie la sua volontà, così anche il corpo non resisterà allo spirito o anima, la quale ora è travagliata dalla debolezza del corpo e incline al comportamento carnale.

E nella vita eterna sarà proprio della pace perfetta la condizione che non solo ci attiri il volere ma anche il compiere il bene. Ora infatti, dice l’Apostolo, mi attrae volere il bene, ma non il compierlo (Rm 7,18), perché non ancora nella terra come in cielo, cioè non ancora nella carne come nello spirito si è compiuta la volontà di Dio. Difatti sia pure nella nostra infelicità si compie la volontà di Dio, quando attraverso la carne soffriamo quei mali i quali ci sono dovuti per debito della nostra soggezione alla morte che la nostra natura ha conseguito peccando.

Ma nella preghiera si deve chiedere che, come in cielo e in terra si compie la volontà di Dio, ossia che come acconsentiamo alla legge di Dio secondo la coscienza, così avvenuta la trasfigurazione del corpo nessuna nostra componente, a causa dei dolori fisici o dei piaceri, contrasti con questo nostro consenso.

“Sia fatta la tua volontà” (4)

La volontà del Padre in Gesù e nella Chiesa.

E non dissente dalla verità la parafrasi: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra (Mt 6,10), ossia come nello stesso Signore Gesù Cristo così nella Chiesa, come nell’uomo che ha compiuto la volontà del Padre, così nella donna che a lui è sposata.

Infatti nel cielo e nella terra si ravvisano, per così dire, il maschio e la femmina, dato che la terra è produttiva perché il cielo la rende fertile.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (1)

Significato di pane quotidiano.

La quarta domanda è: Dacci oggi il nostro pane quotidiano (Mt 6,11). Il pane quotidiano è stato indicato in luogo di tutti gli utili che servono al sostentamento della vita fisica; ed esortando a suo riguardo dice: Non preoccupatevi del domani (Mt 6,34) e per questo ha detto: Dacci oggi. Ovvero è stato indicato in riferimento al corpo di Cristo che ogni giorno riceviamo o anche come cibo spirituale, di cui il Signore stesso dice: Procuratevi il cibo che non si corrompe (Gv 6,27); e ancora: Io sono il pane della vita che son disceso dal cielo (Gv 6,41).

Si può esaminare quale delle tre interpretazioni sia la più attendibile. Infatti qualcuno potrebbe turbarsi sul fatto che preghiamo per ottenere cose necessarie a questa vita, come il vitto e il vestito, dato che il Signore dice: Non preoccupatevi di quel che mangerete e di come vestirete (Lc 12,22). Ma c’è il problema se un individuo non debba preoccuparsi del bene che chiede di ottenere con la preghiera, poiché la preghiera si deve innalzare con grande fervore dello spirito.

E proprio a questo tende l’esortazione di chiudere le camere da letto (cf. Mt 6,6) ed anche quest’altra: Chiedete prima il regno di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33). Non ha detto: Cercate prima il regno di Dio e poi cercate queste cose, ma dice: Tutte queste cose vi saranno date in aggiunta, anche se non le chiedete. Non so se si può risolvere in che senso si dica con criterio che uno non chieda quel che per ottenere prega Dio con grande fervore.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (2)

Pane come sacramento e come parola di Dio.

Rimane dunque che lo intendiamo come pane spirituale, cioè come i comandamenti del Signore che ogni giorno si devono meditare e osservare. Di essi infatti il Signore dice: Procuratevi il cibo che non si corrompe (Gv 6,27).

Nel tempo appunto si considera quotidiano un tale cibo finché scorre questa vita posta nel divenire attraverso i giorni che vanno e vengono. E veramente finché lo stato d’animo si avvicenda ora nei beni superiori, ora in quelli inferiori, cioè ora in quelli spirituali, ora in quelli carnali, come a chi ora si nutre di cibo, poi soffre la fame, ogni giorno è necessario il pane, affinché con esso si ristori chi ha fame e si riprenda chi non si regge in piedi.

Così dunque il nostro corpo in questa vita, prima della finale immunità dal bisogno, si ristora con il cibo perché avverte la dispersione di forze; allo stesso modo l’anima spirituale, poiché subisce mediante gli affetti terreni come una dispersione di forze dalla tensione a Dio, si ristora con il cibo dei comandamenti. E’ stato suggerito: Dacci oggi, finché si dice l’oggi (Eb 3,13), cioè in questa vita che scorre nel tempo. Infatti dopo questa vita ci sazieremo in eterno di un cibo spirituale in modo tale che non s’intenda il pane quotidiano, perché allora non vi sarà lo scorrere del tempo, che fa succedere i giorni ai giorni, da cui prende significato l’ogni giorno.

Come infatti è stato detto: Oggi se ascolterete la sua voce (Sal 94,8), che l’Apostolo parafrasa nella Lettera agli Ebrei con: Finché si dice l’oggi (Mt 6,11), così anche in questa accezione si deve interpretare il Dacci oggi.

Se qualcuno invece vuole intendere questa frase in relazione al necessario alimento del corpo o al sacramento del corpo del Signore, è conveniente che questi tre significati si intendano unitamente, cioè che chiediamo insieme il pane quotidiano, tanto quello necessario, come quello consacrato visibilmente e quello invisibile della parola di Dio.

“Rimetti a noi i nostri debiti” (1)

Remissione in ogni senso…

Segue la quinta domanda: E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).

E’ evidente che come debiti sono indicati i peccati o nel senso che ha indicato il Signore stesso: Non uscirai di lì finché non paghi l’ultimo spicciolo (Mt 5,26), o nel senso per cui egli ha considerato come debitori quelli sui quali fu informato che erano morti o per il crollo della torre o perché Pilato aveva mescolato il loro sangue a quello del sacrificio (cf. Lc 13,1). Affermò infatti che gli uomini li ritenevano debitori oltre misura, cioè peccatori e aggiunse: In verità vi dico, se non farete penitenza, morirete allo stesso modo (Lc 13,5).

Non con queste parole uno è invitato a condonare il denaro ai debitori, ma tutte le offese che l’altro ha commesso contro di lui.

Infatti a condonare il denaro siamo obbligati con il comando che è stato riportato precedentemente: Se qualcuno ti vuole chiamare in giudizio per toglierti il vestito, tu cedigli anche il mantello (Mt 5,40). E da queste parole non risulta necessario condonare il debito a ogni debitore di denaro, ma a colui che non volesse restituire al punto che voglia perfino intentare una lite. Non conviene, dice l’Apostolo, che un servo del Signore intenti una lite (2 Tm 2,24). Si deve quindi condonare a chi o perché di sua iniziativa o perché invitato non volesse restituire il denaro dovuto. E per due motivi non vorrà restituire, o perché non ha, o perché è avaro e avido della roba d’altri. L’uno e l’altro caso sono relativi a una povertà, poiché la prima è povertà di beni, la seconda povertà di spirito.

Chiunque dunque condona il debito a un tale individuo condona a un povero e compie un’opera di cristiana bontà perché persiste la norma che egli sia disposto a perdere ciò che gli è dovuto. Infatti se del tutto con pacata moderazione farà in modo che gli sia restituito, non badando tanto alla restituzione del denaro, quanto a correggere l’uomo, al quale è senza dubbio dannoso avere di che restituire e non restituire, non solo non peccherà, ma avrà il grande vantaggio che l’altro non subisca un danno spirituale per il fatto che vuole volgere a proprio profitto il denaro altrui. E questo è tanto più grave da non avere confronto.

Se ne conclude che anche in questa quinta domanda con cui chiediamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12) non si tratta esplicitamente del denaro, ma di tutti i casi in cui qualcuno pecca contro di noi e quindi anche del denaro. Perciò pecca contro di te chi ricusa di restituirti il denaro dovuto, quando ha di che restituirlo. Se non rimetterai questo peccato, non potrai dire: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo. Se invece perdonerai, ti accorgi che colui, a cui si ordina di invocare con questa preghiera, è esortato anche a condonare il denaro.

“Rimetti a noi i nostri debiti” (2)

…perché chiediamo al Padre.

Si può trattare anche il seguente assunto. Poiché diciamo: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo, ci dobbiamo render conto di avere agito contro questa norma se non rimettiamo a coloro che chiedono perdono, poiché vogliamo che dal Padre molto amorevolmente sia rimesso a noi quando gli chiediamo perdono. Ma d’altra parte dal comandamento, con cui siamo obbligati a pregare per i nostri nemici (cf. Mt 5,44), non siamo obbligati a pregare per coloro che chiedono perdono. Infatti costoro non sono nemici. In nessun modo poi un individuo direbbe con sincerità che prega per colui che non ha perdonato.

Perciò si deve riconoscere che si devono rimettere tutti i peccati che vengono commessi contro di noi, se vogliamo che dal Padre ci siano rimesse le colpe che noi commettiamo. Infatti sulla vendetta si è già parlato a sufficienza, come penso.

“E non ci indurre in tentazione” (1)

Il significato di tentazione.

La sesta domanda è: Non ci immettere nella tentazione (Mt 6,13). Alcuni manoscritti hanno: Indurre che ritengo abbia il medesimo significato; infatti dall’unico termine greco eisenenkêis è stato tradotto l’uno e l’altro. Molti poi nel pregare dicono: Non permettere che siamo indotti in tentazione, mostrando, cioè, in che senso sia stato usato l’indurre.

Infatti Dio non ci induce da se stesso, ma permette che vi sia indotto colui che per un ordinamento occultissimo e meriti avrà privato del suo aiuto. Spesso anche per ragioni manifeste egli giudica uno degno fino a privarlo del suo aiuto e permettere che sia indotto in tentazione. Una cosa è infatti essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati. Infatti senza la tentazione nessuno è adatto alla prova, tanto in se stesso, come si ha nella Scrittura: Chi non è stato tentato che cosa sa? (Sir 34,9.11), quanto per l’altro, come dice l’Apostolo: E non avete disprezzato quella che era per voi una tentazione nella carne (Gal 4,14).

Da questo fatto appunto li ha riconosciuti costanti, perché non furono distolti dalla carità a causa delle sofferenze capitate all’Apostolo nel fisico. Infatti noi siamo noti a Dio prima di tutte le tentazioni perché egli sa tutto prima che avvenga.

“E non ci indurre in tentazione” (2)

Analogia del concetto di tentazione.

Quindi la frase che si ha nella Scrittura: Il Signore Dio vostro vi tenta per sapere se lo amate (Dt 13,3) è stata espressa nel traslato da per sapere a per farvi sapere, come diciamo allegro un giorno che ci rende allegri e pigro il freddo perché ci rende pigri e altri innumerevoli modi di dire che si hanno tanto nel gergo abituale, come nel linguaggio dei letterati e nei libri della Sacra Scrittura.

Gli eretici, che sono contrari al Vecchio Testamento e non comprendendo questa locuzione, pensano che è bollato, per così dire, da un marchio d’ignoranza l’essere di cui è stato detto: Il Signore Dio vostro vi tenta, come se nel Vangelo del Signore non sia stato scritto: Lo diceva per tentarlo perché egli sapeva quel che stava per fare (Gv 6,6).

Se infatti conosceva il cuore di colui che tentava, che cosa voleva conoscere tentando? Ma senz’altro l’episodio è avvenuto, affinché colui che veniva tentato riflettesse su se stesso e riprovasse la sua sfiducia perché le turbe furono saziate col pane del Signore, mentre egli pensava che esse non avessero di che mangiare (cf. Gv 6,7-13).

“E non ci indurre in tentazione” (3)

Varie provenienze della tentazione.

Avvengono dunque [anche] le tentazioni ad opera di Satana, non per un suo potere, ma col permesso del Signore per punire gli uomini dei loro peccati o per provarli e addestrarli in riferimento alla bontà di Dio. E importa molto in quale tentazione uno incorra. Difatti Giuda, che vendé il Signore (cf. Mt 26,14-16.50), non è incorso nella medesima tentazione in cui è incorso Pietro, che per paura negò il Signore (cf. Mt 26,69-75).

Vi sono anche delle tentazioni provenienti, così penso, dall’uomo, quando uno con buona intenzione ma nei limiti dell’umana debolezza sbaglia in qualche consiglio ovvero si adira col fratello nell’intento di correggerlo, ma un po’ al di là di quel che richiede la serenità cristiana. Di queste tentazioni dice l’Apostolo: Non vi sorprenda la tentazione se non quella umana; ed anche: Dio è fedele, perché non permette che siate tentati al di là di quel che potete, ma vi darà assieme alla tentazione anche il superamento affinché possiate sopportarla (1Cor 10,13).

E con questo pensiero ha mostrato abbastanza che non dobbiamo pregare per non essere tentati, ma per non essere indotti in tentazione. E vi siamo indotti, se si verificano di tale fatta che non riusciamo a superarle. Ma poiché le tentazioni pericolose, in cui è dannoso essere immessi o indotti, hanno origine dalle prosperità o avversità nel tempo, non si fiacca dalla inquietudine delle avversità chi non si lascia allettare dall’attrattiva delle prosperità.

“Ma liberaci dal male”

La liberazione dal male.

L’ultima e settima richiesta è: Ma liberaci dal male (Mt 6,13). Si deve infatti pregare non solo di non essere indotti al male, di cui siamo privi, e questo si chiede al sesto posto, ma di essere liberati da quello, al quale siamo stati indotti. E quando questo avverrà, non rimarrà nulla di temibile e non si dovrà più temere alcuna tentazione.

Però non si deve sperare che questo possa avvenire in questa vita, finché portiamo in giro la soggezione alla morte, alla quale siamo stati indotti dalla suggestione del serpente (Gn 3,4-5.13); tuttavia si deve sperare che avverrà, e questa è una speranza che non si sperimenta. Parlando di essa l’Apostolo dice: Una speranza che si sperimenta non è speranza (Rm 8,24).

Ma non si deve disperare della saggezza che anche in questa vita è stata concessa ai credenti figli di Dio. Ed essa comporta che fuggiamo con prudentissima attenzione quel che dietro rivelazione del Signore capiremo di dover fuggire e che perseguiamo con ardentissima carità quel che dietro rivelazione del Signore capiremo di dover perseguire. Così infatti, deposto con la morte stessa il rimanente peso di questa soggezione alla morte, da parte di ogni componente dell’uomo al tempo opportuno sarà realizzata come fine la felicità, che è incominciata in questa vita e che per raggiungere definitivamente in seguito è impiegato attualmente ogni sforzo.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...